Il contratto era stato chiaro. Nessuna domanda personale, nessun contatto successivo, solo una notte. Andrea aveva risposto all’annuncio di Erika tre giorni prima: “Cerco Master esperto per sessione intensa. Solo se sai cosa fai.” La foto profilo mostrava solo la curva di una spalla, ma la determinazione nelle poche righe l’aveva convinto. Si erano scambiati limiti, preferenze, parole di sicurezza. Tutto negoziato con la precisione di un contratto legale, eppure dietro ogni messaggio Andrea aveva percepito una fame che gli era familiare.
Ora lei era lì, inginocchiata sul letto king-size della suite, le mani legate dietro la schiena con corde di seta nera che Andrea aveva annodato con cura millimetrica. Il latex aderiva al suo corpo come una seconda pelle, esaltando ogni curva, ogni respiro affannoso che sollevava il seno scoperto. I capezzoli erano già duri, turgidi, e Andrea non li aveva ancora nemmeno sfiorati. Il potere era tutto in quell’attesa, in quel controllo che trasudava da ogni suo gesto misurato.
“Guardami,” ordinò, la voce bassa ma tagliente come una lama.
Erika alzò gli occhi. Il trucco scuro le incorniciava lo sguardo, ma Andrea vi lesse qualcosa che andava oltre la recita: vera sottomissione, il bisogno di essere presa, usata, posseduta. Si avvicinò lentamente, il latex color crema che indossava scricchiolava a ogni passo, un suono ipnotico nel silenzio della stanza. Alle loro spalle, Milano brillava come un tappeto di stelle rovesciate, ma nessuno dei due guardava fuori.
“Sai cosa sei?” sussurrò Andrea, afferrandole il mento con decisione. “Sei una puttana che ha bisogno di essere scopata come merita. E stanotte ti userò finché non mi supplicherai di fermarmi.”
Erika deglutì, un fremito le attraversò il corpo. “Sì, Master,” mormorò.
Ogni posizione è una conquista
Andrea la spinse all’indietro con un movimento secco. Erika cadde sul materasso, le gambe ancora ripiegate, le mani immobilizzate sotto il peso del suo stesso corpo. Lui le afferrò le caviglie, le sollevò, le aprì senza delicatezza. Il latex scuro che la copriva a malapena si tese ulteriormente, rivelando la sua fica già lucida, gonfia di desiderio.
“Guarda come sei già bagnata,” ghignò Andrea, passando un dito lungo la fessura umida. “Non ti ho nemmeno ancora toccata per bene e sei già pronta a farti chiavare come una troia.”
Senza aspettare risposta, si posizionò tra le sue gambe e la penetrò con un unico affondo brutale. Erika gridò, la schiena inarcata, le mani che cercavano inutilmente un appiglio contro le corde. Andrea le tenne le gambe sollevate, piegate quasi contro il petto, e cominciò a scoparla con colpi profondi, ritmati, spietati. Il suono dei loro corpi che si scontravano riempiva la stanza, misto ai gemiti soffocati di lei e ai grugniti di lui.
“Ti piace così, vero? Ti piace sentire il mio cazzo che ti sfonda?”
“Sì… sì, Master… cazzo, sì!”
La fotteva senza pietà, ogni spinta la faceva sussultare, ogni ritiro la lasciava ansimare. Andrea sentiva la sua fica stringersi intorno a lui, calda, bagnata, perfetta. Ma non era ancora abbastanza. Voleva vederla in ogni modo possibile, voleva marcarla con il suo dominio.
La tirò fuori bruscamente, ignorando il gemito di protesta. “In ginocchio. Culo in alto.”
Erika si girò con difficoltà, le mani ancora legate, e assunse la posizione. Il culo perfetto, sodo, sollevato verso di lui come un’offerta. Andrea le diede uno schiaffo secco su una natica, poi un altro, guardando la pelle arrossarsi sotto il palmo. Lei mugolò, spingendo all’indietro, cercando il suo cazzo.
“Impaziente,” ringhiò, penetrandola di nuovo. Questa volta l’angolazione era diversa, più profonda, e Erika urlò nel cuscino mentre lui la sbatteva senza freni. Le afferrò i fianchi, le dita che affondavano nella carne, e la usò, la scopò come un animale, ogni spinta accompagnata da una sberla sul culo che la faceva gemere più forte.
“Sei la mia puttana personale stanotte,” ansimò Andrea, sentendo il piacere montare. “La mia cagna da scopare.”
“Sì… sono tua… usami… usami come vuoi!”
Ma ancora non era finita. Andrea aveva pianificato ogni dettaglio, ogni posizione, ogni progressione. La tirò su, la trascinò verso la poltrona di pelle vicino alla finestra. Si sedette, il cazzo duro che puntava verso l’alto, e la guidò sopra di sé. Erika si abbassò lentamente, gemendo mentre lo sentiva riempirla di nuovo, e cominciò a cavalcarlo, i movimenti resi goffi dalle mani legate.
“Più veloce,” ordinò Andrea, afferrandole i fianchi e imponendo il ritmo. La faceva rimbalzare sul suo cazzo, guardandola negli occhi, godendosi ogni espressione di piacere disperato che le attraversava il volto. Il latex scricchiolava, i loro corpi sudati scivolavano l’uno contro l’altro, e Milano continuava a brillare indifferente alle loro spalle.
Poi il divano. Andrea la piegò sullo schienale, la penetrò da dietro mentre lei si aggrappava al tessuto con le dita intorpidite. La scopò ancora, ancora, senza sosta, portandola sull’orlo dell’orgasmo e poi rallentando, negandoglielo, facendola impazzire.
“Master… ti prego… ti prego, lasciami venire…”
“Non ancora,” sibilò lui, mordendole il collo. “Quando decido io.”
La resa finale davanti alle luci della città
Alla fine, quando Erika era ormai un ammasso di nervi tesi e desiderio frustrato, Andrea la lasciò venire. L’orgasmo la travolse come un’onda, violento, devastante, e lei urlò il suo nome dimenticando ogni protocollo. Lui continuò a fotterla attraverso le contrazioni, prolungando il suo piacere fino a farla quasi svenire.
Poi la fece scendere, la mise in ginocchio davanti a sé. Sciolse le corde con gesti rapidi ma attenti, massaggiandole i polsi arrossati. Erika lo guardò dal basso, gli occhi annebbiati ma consapevoli di cosa sarebbe venuto dopo.
“Adesso,” disse Andrea, accarezzandole i capelli con una dolcezza inaspettata, “mi farai venire con quella bocca da troia che hai. E ti prenderai tutta la mia sborra come una brava puttana.”
Erika annuì, aprì le labbra, e lo prese in bocca. Andrea gemette mentre la lingua di lei lo accarezzava, mentre le labbra si stringevano intorno alla sua asta. Lei lo succhiava con dedizione, con fame, alternando movimenti lenti e profondi a succhiate rapide sulla punta. Gli prese le palle con una mano, le massaggiò dolcemente mentre continuava a pomparlo, e Andrea sentì l’orgasmo avvicinarsi inesorabile.
“Cazzo… sì… così… prendi tutto…”
Erika lo spinse in fondo alla gola, soffocando appena, gli occhi che lacrimavano ma lo sguardo fisso su di lui. Quella vista, quella sottomissione totale, fu troppo. Andrea venne con un ruggito, fiotti di sborra calda che le riempirono la bocca. Lei non si ritrasse, continuò a succhiare, a ingoiare, finché lui non fu completamente svuotato.
Poi, lentamente, si ritrasse. Parte dello sperma le colava dal mento, le gocciolava sul petto, e lei lo raccolse con le dita, se lo spalmò sui capezzoli, sul collo, sul seno, guardandolo negli occhi con un sorriso soddisfatto.
“Brava ragazza,” mormorò Andrea, accarezzandole la guancia sporca di sborra. “Sei stata perfetta.”
Erika si appoggiò alla sua gamba, esausta, segnata, completamente appagata. Fuori, Milano continuava a vivere la sua notte, ignara di ciò che era accaduto al quarantesimo piano. Ma in quella stanza, tra corde disfatte e latex sudato, due sconosciuti avevano trovato esattamente ciò che cercavano.
Una notte. Nessuna promessa. Solo puro, brutale, perfetto piacere.

