La tuta da gattina

Samir era seduto sul divano di pelle color cammello, le gambe divaricate con l’arroganza di chi sa di possedere tutto ciò che lo circonda. Anche lei. Fiona stava riordinando i cuscini del salotto, quella tuta aderente color leopardo che le aveva regalato settimane prima stringeva ogni curva del suo corpo scuro come una seconda pelle. L’aveva vista indossarla quella mattina e aveva deciso che la giornata sarebbe finita in un modo preciso.

«Vieni qui», disse senza alzare lo sguardo dal telefono.

Fiona si voltò, quegli occhi color ambra che lo scrutavano con una mescolanza di cautela e qualcos’altro. Sapeva riconoscere quel tono. Si avvicinò lentamente, i piedi nudi sul parquet caldo. I due rottweiler alzarono il muso, attenti, poi tornarono a sonnecchiare ai lati del padrone come statue di basalto.

«In ginocchio.»

Non era una richiesta. Fiona esitò un istante—un istante che bastò a Samir per alzare finalmente gli occhi e fissarla con quell’intensità che le faceva tremare le gambe. Si inginocchiò tra le sue cosce allargate, le mani sui propri femori.

«Oggi mi hai guardato in un modo particolare», disse lui, passandole una mano tra i capelli raccolti. «Mentre servivi la colazione. Come se volessi dirmi qualcosa.»

«Io non—»

«Zitta.» La presa si fece più salda, non dolorosa ma inequivocabile. «Non ti ho chiesto di parlare. Ti ho chiesto di stare qui, bella come una gattina nel tuo vestitino aderente, e di ascoltare.»

Fiona abbassò lo sguardo. Sentiva il calore emanare dal corpo di lui, quel misto di sudore e legno di sandalo che la faceva impazzire. Samir le sollevò il mento con due dita.

«Oggi giocheremo a un gioco nuovo. Un gioco dove tu fai esattamente quello che ti dico, quando te lo dico, senza fiatare. Capisci?»

Lei annuì, la bocca improvvisamente secca.

«Brava. Adesso alzati e spogliati. Voglio vedere cosa c’è sotto quella tuta ridicola che ti fa sembrare una puttana costosa.»

Le parole erano crude, taglienti, ma Fiona sentì il calore esploderle nel basso ventre. Si alzò con le gambe tremanti e fece scivolare la zip lungo la schiena. La tuta cadde in un sussurro di tessuto sintetico, rivelando la pelle scura e nuda. Niente sotto. Come lui le aveva ordinato di fare da quando era iniziato… tutto questo.

«Girati. Mani sul vetro.»

Fiona obbedì, avvicinandosi alla vetrata panoramica che dominava la città notturna. Appoggiò i palmi contro il vetro freddo, il contrasto con il calore della pelle la fece rabbrividire. Sentì Samir alzarsi, i passi pesanti sul parquet, poi il calore del suo corpo dietro di lei.

«Piega la schiena. Testa giù, culo in su. Come una cagna in calore.»

Le mani di lui le afferrarono i fianchi, guidandola nella posizione. Fiona sentì l’umiliazione mescolarsi al desiderio, un cocktail tossico che la faceva bagnare vergognosamente. Samir le divaricò le gambe con un ginocchio, poi fece scorrere una mano lungo la schiena inarcata.

«Perfetta. Guarda la città là fuori. Tutti quei poveracci che lavorano mentre tu sei qui, nuda, pronta a farti scopare come una troia.»

Il primo colpo arrivò senza preavviso—un ceffone secco sul culo che la fece guaire. Poi un altro. E un altro ancora. La pelle bruciava, ma Fiona non si mosse, le mani premute contro il vetro che si appannava per il suo respiro accelerato.

«Contiamo insieme. Ogni volta che non conti, ricominciamo da capo.»

«Uno», sussurrò quando la mano di Samir si abbatté di nuovo.

«Più forte.»

«Uno!» gridò, la voce rotta.

Arrivarono a dieci prima che lui si fermasse. Fiona tremava, il culo in fiamme, la figa gocciolante. Sentì Samir slacciarsi i pantaloni di pelle, il fruscio del tessuto, poi la punta calda del suo cazzo che le sfiorava l’ingresso.

«Oggi ti scopo come mi pare. E finirai dove decido io.»

La penetrò con un colpo solo, profondo e brutale. Fiona gridò, le unghie che graffiavano il vetro. Samir la scopò senza pietà, le mani che le stringevano i fianchi tanto forte da lasciare lividi. Ogni spinta la sbatteva contro la vetrata, i seni schiacciati, il fiato corto.

«Samir… sto per—»

«Non ti ho dato il permesso.»

Ma era troppo tardi. L’orgasmo la travolse come un’onda, violento e incontrollabile. Samir si fermò di colpo, uscendo da lei con un suono osceno.

«Hai disobbedito.»

Prima che potesse rispondere, la sollevò di peso e la trascinò verso il divano. La gettò sulla schiena, le gambe che finirono dritte in aria. Afferrò le caviglie e le spinse verso il petto, piegandola come una bambola.

«Adesso ti scopo come punizione.»

Riprese a martellare dentro di lei, più forte di prima, il suono della carne contro carne che riempiva il salotto. I rottweiler alzarono il muso, poi tornarono a ignorarli. Fiona piangeva e gemeva, sopraffatta, le gambe che tremavano nell’aria.

Quando Samir uscì di nuovo, aveva negli occhi quella luce pericolosa che lei conosceva bene.

«Girati. Voglio il tuo culo.»

«No, Samir, non—»

«Non è una richiesta.»

La girò con forza, le gambe ancora in alto, esponendo completamente il suo buco stretto. Sputò sulla mano, spalmò la saliva sull’apertura, poi premette la punta del cazzo contro l’anello di muscoli.

«Rilassati o farà male.»

Fiona cercò di respirare mentre lui la penetrava lentamente, centimetro dopo centimetro, riempiendo un posto che bruciava e pulsava. Quando fu completamente dentro, rimase immobile, lasciandole il tempo di adattarsi.

«Brava la mia gattina. Adesso ti riempio dove mi pare.»

Cominciò a muoversi, lento all’inizio, poi sempre più veloce. Fiona singhiozzava, le mani aggrappate ai cuscini, divisa tra dolore e un piacere oscuro che non voleva ammettere. Samir gemette, le mani che le stringevano le cosce, poi si irrigidì.

«Prendi tutta la mia sborra, troia.»

Esplose dentro di lei con un ringhio gutturale, il cazzo che pulsava mentre riempiva il suo culo di sperma caldo. Rimase dentro fino all’ultima goccia, poi uscì lentamente. Fiona crollò sul divano, svuotata, il corpo che tremava per i postumi.

Samir si ricompose con calma, si riallacciò i pantaloni, poi le accarezzò i capelli con una tenerezza inaspettata.

«Brava. Domani ricominciamo. E la prossima volta non venire senza permesso.»

Si alzò e tornò al suo telefono, lasciandola lì, nuda e piena della sua sborra, mentre la città brillava indifferente oltre il vetro.

Scritto da

Nora Valli
Nora Valli
Ha cinquantotto anni. Scrive da quando ne aveva sedici, ma ha cominciato a pubblicare tardi, dopo un lungo periodo in cui produceva testi che non faceva leggere a nessuno — quaderni, file datati, appunti presi in stanze in cui non avrebbe dovuto trovarsi. Quel materiale grezzo è ancora la sua miniera principale.La sua è una prosa che rifiuta l'ammorbidimento. Nora lavora sul corpo con una precisione quasi clinica: il sudore, il fiato che cambia ritmo, il fastidio di una posizione tenuta troppo a lungo, il momento in cui il desiderio smette di essere elegante. I suoi personaggi vogliono cose che li mettono in imbarazzo e le vogliono comunque. La tensione nei suoi racconti nasce quasi sempre da lì: dallo scarto tra ciò che una persona ammette di volere e ciò che il suo corpo continua a chiedere anche quando la testa ha già detto basta.

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