La pioggia li colpisce come frustrate gelide, ma Massimo non molla la presa. Il guinzaglio di cuoio scivola tra le sue dita bagnate mentre tira Antonella contro il suo corpo, schiacciandola contro la ringhiera del balcone. Lei ansima, il corpetto di latex trasparente aderisce alla pelle come una seconda epidermide oscena, i capezzoli duri premono contro il materiale che non nasconde un cazzo. Dalle finestre di fronte, le luci sono accese. Qualcuno li sta guardando, ne è certa.
“Piegati,” ordina lui, la voce roca sopra il fragore dell’acquazzone. Non è una richiesta. Antonella obbedisce, appoggiando i palmi sulla ringhiera bagnata, il culo sollevato verso di lui. Massimo le afferra i fianchi, le dita affondano nella carne morbida mentre la penetra con una spinta brutale. Lei geme forte, troppo forte, e un fulmine spacca il cielo proprio mentre lui inizia a scoparla senza pietà, il bacino che sbatte contro le sue natiche con schiocchi umidi. L’acqua scorre tra i loro corpi, rende tutto più viscido, più animalesco. “Guardali,” sibila lui, tirandole i capelli all’indietro. “Guardali mentre ti chiavo come una troia.”
Antonella solleva lo sguardo. Oltre la cortina di pioggia, distingue le sagome alle finestre. Qualcuno ha anche aperto le tende. La vergogna le incendia le guance, ma la figa si stringe intorno al cazzo di Massimo, tradendola. Lui lo sente, ride, le molla uno schiaffo sul culo che risuona nell’aria carica di elettricità.
Massimo si siede sulla panca di legno fradicia, il cazzo ancora duro che punta verso l’alto. “Vieni qui. Cavalcami. Voglio che ti vedano montarmi come una cagna in calore.”
Antonella si muove a fatica, le gambe tremanti, il collare che le pesa sul collo come un promemoria costante di cosa è diventata stanotte. Si posiziona sopra di lui, abbassandosi lentamente finché non lo sente riempirla di nuovo. Inizia a muoversi, i fianchi che ondeggiano in un ritmo ipnotico mentre la pioggia continua a flagellarli entrambi. Massimo le afferra i seni attraverso il latex, li strizza senza delicatezza, pizzica i capezzoli fino a farla gemere di dolore e piacere mischiati.
“Più forte,” ringhia. “Fatti vedere. Fatti sentire.”
Lei accelera, cavalcandolo con foga crescente, la testa rovesciata all’indietro, la bocca aperta a catturare gocce di pioggia mentre urla il suo piacere nella notte. I muscoli delle cosce bruciano, ma non si ferma. Non può. Non finché lui non glielo permette.
All’improvviso Massimo la solleva, la rigira, la schiaccia contro il muro esterno della casa. Il cemento ruvido graffia la schiena di Antonella attraverso il sottile strato di latex mentre lui la penetra di nuovo, questa volta più profondo, più violento. Le gambe di lei gli si avvolgono intorno ai fianchi, le caviglie incrociate dietro la sua schiena mentre lui la sbatte contro il muro con colpi che le tolgono il fiato.
“Apri la bocca,” ordina improvvisamente, fermandosi. Lei obbedisce, confusa. Massimo la fa scendere, la gira, la spinge in ginocchio sul pavimento allagato. Il suo cazzo le preme contro le labbra, ancora lucido dei suoi succhi. “Succhia. Fammi un bocchino che quei bastardi non dimenticheranno mai.”
Antonella lo prende in bocca, lo accoglie fino in fondo alla gola finché non soffoca, gli occhi che lacrimano mescolandosi con la pioggia. Massimo le tiene la testa, controlla ogni movimento, la scopa in bocca con la stessa brutalità con cui l’ha scopata prima. Lei deglutisce, gorgoglia, sente la sborra salire mentre lui geme sempre più forte.
Quando finalmente viene, lo fa con un ruggito che copre il tuono. La riempie la bocca, la gola, e Antonella ingoia tutto, fino all’ultima goccia, mentre dalle finestre di fronte qualcuno applaude nella notte tempestosa.



