L’attico al quarantaduesimo piano dell’hotel Excelsior era una gabbia dorata dove Antonio aveva scelto di rinchiudersi. La benda di seta nera gli premeva sulle palpebre, cancellando il mondo visivo e amplificando ogni altro senso: il fruscio della lingerie di Raffaella quando si muoveva, il tintinnio metallico della catena che collegava il suo collare alle sue mani, il profumo di iris e ambra grigia che lei indossava come un’arma.
«Respira, cagnolino», sussurrò Raffaella, e la voce le uscì dalle labbra come miele velenoso. «Respira e ricordati che stasera non decidi un cazzo. Nemmeno quando venire.»
Antonio era in ginocchio sul tappeto persiano, nudo eccetto per la gabbietta di metallo che imprigionava il suo cazzo già semi-eccitato. I polsi legati dietro la schiena con corde di seta rossa, le caviglie divaricate e ancorate a una barra metallica. Vulnerabile. Esposto. Esattamente come voleva essere.
Raffaella gli girò intorno lentamente, i tacchi a spillo che affondavano nel pelo del tappeto producendo un ritmo ipnotico. Si fermò davanti a lui, abbastanza vicina che Antonio potesse sentire il calore del suo corpo, e gli afferrò il mento con una mano. Le unghie laccate di rosso gli graffiarono leggermente la pelle.
«Sai cosa mi piace di te?» gli chiese, ma non aspettò risposta. «Che hai capito il tuo posto. Che non fingi. Quando ti guardo, vedo un uomo che ha smesso di mentire a se stesso.»
Tirò la catena, costringendolo ad alzare il viso. Poi, con un gesto secco, gli schiaffeggiò la guancia destra. Non forte abbastanza da fare male davvero, ma abbastanza da ricordargli chi comandava.
«Adesso alzati. Voglio che tu mi serva da mobile.»
Il trono vivente che non può godere
Antonio si alzò a fatica, le gambe tremanti per la posizione innaturale. Raffaella lo guidò verso il divano di velluto bordeaux, lo spinse a sedersi e, senza preavviso, gli si sedette addosso a cavalcioni. Il corsetto di pelle bordeaux stringeva la sua vita da vespa, le cosce nude coperte solo dalle calze autoreggenti nere. Tra le gambe non indossava nulla.
«Senti com’è bagnata la tua padrona?» gli sussurrò all’orecchio, strofinandosi contro la gabbietta. Antonio gemette, sentendo l’umidità calda di lei attraverso il metallo freddo che imprigionava il suo membro. «Vorresti toccarmi, vero? Vorresti che ti liberassi e ti facessi infilare questo cazzo inutile dentro di me?»
«Sì… Padrona…» ansimò Antonio, la voce rotta dal desiderio.
«Peccato.» Raffaella rise, un suono cristallino e crudele. «Stasera sei solo un oggetto. Un dildo che non posso nemmeno usare.»
Si alzò, lasciandolo lì ansimante e frustrato. Antonio la sentì muoversi verso il mobile bar, il tintinnio del ghiaccio in un bicchiere. Poi il fruscio di qualcosa di più pesante. Quando tornò, gli mise qualcosa di freddo e rigido in bocca.
«Succhia», ordinò. Era un dildo di vetro, liscio e spesso. «Fammi vedere come useresti quella lingua se te lo permettessi.»
Antonio obbedì, muovendo la lingua intorno all’oggetto mentre Raffaella gli teneva la testa ferma con una mano. Con l’altra si accarezzava, gemendo piano mentre lo guardava umiliarsi per lei.
«Bravo cagnolino. Adesso in piedi. Contro il muro.»
Lo trascinò attraverso la stanza tirando la catena, poi lo spinse con forza contro la vetrata panoramica che dominava la città. Le luci di Milano brillavano quarantadue piani più in basso, ignare del teatro di dominazione che si consumava sopra le loro teste.
Raffaella si premette contro la sua schiena, il corsetto di pelle freddo contro la sua pelle sudata. Gli morse la spalla, poi il collo, mentre con una mano gli afferrava i capelli tirandogli indietro la testa.
«Sai cosa farei se fossi una padrona gentile?» gli sussurrò, mordendogli il lobo dell’orecchio. «Ti libererei da quella gabbietta e ti lascerei sbattermi contro questo vetro finché non vieni urlando. Ma io non sono gentile, Antonio. Io sono quello che ti meriti.»
Gli diede uno schiaffo sul sedere, così forte che il suono riecheggiò nella stanza. Poi un altro. E un altro ancora, finché la pelle non gli bruciò.
Lo squirt della padrona e la resa finale
«Adesso in ginocchio. È ora che ti guadagni il privilegio di farmi godere.»
Antonio si lasciò cadere in ginocchio sul tappeto, ancora bendato, ancora legato. Raffaella gli si parò davanti, le gambe leggermente divaricate. Con un gesto brusco, gli tolse il dildo dalla bocca e gli afferrò i capelli, guidandolo tra le sue cosce.
«Lecca. E non osare fermarti finché non te lo dico io.»
La lingua di Antonio trovò la sua figa bagnata, calda, pulsante. Cominciò a leccare con devozione, esplorando ogni piega, ogni centimetro di quella carne che sapeva di sale e miele. Raffaella gemette, spingendosi contro la sua bocca, usando il suo viso come un giocattolo.
«Più forte, cazzo. Succhia quella clitoride come se la tua vita dipendesse da questo.»
Antonio obbedì, suggendo il piccolo bottone gonfio mentre Raffaella gli cavalcava la faccia, i fianchi che si muovevano in un ritmo sempre più frenetico. Il cazzo di lui pulsava dolorosamente nella gabbietta, implorando una liberazione che non sarebbe arrivata.
«Sto… sto per venire…» ansimò Raffaella, la voce rotta dal piacere. «E tu… tu berrai tutto, maiale…»
Il suo corpo si irrigidì, i muscoli delle cosce che si contrassero intorno alla testa di Antonio. Poi venne, con un grido raucо che riempì la stanza, e un fiotto di liquido caldo gli inondò il viso, colò sulla sua bocca, sul suo mento, sul suo petto. Antonio bevve avidamente, gemendo contro la sua figa mentre lei continuava a pulsare.
Il sapore di lei, l’umiliazione, la sottomissione totale furono troppo. Nonostante la gabbietta, nonostante l’impossibilità fisica, Antonio sentì l’orgasmo esplodergli dentro come una bomba. Il suo corpo si contrasse, il cazzo prigioniero che pulsava inutilmente mentre schizzi di sperma filtravano attraverso le sbarre metalliche, macchiandogli le cosce.
«Hai… hai osato venire senza permesso…» disse Raffaella, ancora ansimante, guardandolo dall’alto. «Domani sera ti punirò per questo. Ma stasera…» Gli accarezzò i capelli bagnati di sudore e dei suoi liquidi. «Stasera sei stato un bravo cagnolino.»
Antonio rimase in ginocchio, bendato, legato, sporco dei fluidi di entrambi, e sorrise. Aveva trovato la sua libertà nella catena che lo teneva prigioniero.


