L’ultima corsa della notte

Il solito check-in

Ugo parcheggiò il TIR nel retro dell’hotel, lontano dalla strada principale. Erano le tre del pomeriggio di un mercoledì qualunque, e la stanchezza delle ultime diciotto ore di guida gli pesava sulle spalle come cemento armato. Quarantotto anni, mani callose, pancia pronunciata da troppi panini in autogrill e notti in cabina. Ma non era venuto lì per dormire.

La reception era deserta. Suonò il campanello e aspettò, sentendo il sudore colargli lungo la schiena nonostante l’aria condizionata. Conosceva la procedura: stanza 217, secondo piano, pagamento anticipato in contanti. Nessuna domanda.

«Buongiorno.» La voce della receptionist era meccanica, annoiata. Gli porse la chiave magnetica senza guardarlo negli occhi.

Salì le scale con le gambe pesanti, il cuore che batteva sempre più forte a ogni gradino. Davanti alla porta si fermò, respirò profondamente, ed entrò.

La stanza era immersa in una penombra calda, illuminata solo da due lampade ai lati del letto. E lei era lì, in piedi al centro della camera, una figura che sembrava uscita dai suoi pensieri più oscuri. La maschera nera in latex le copriva interamente il viso, lasciando visibili solo gli occhi scuri e la bocca dipinta di rosso scuro. Il corpo era fasciato in un corsetto dello stesso materiale lucido che stringeva la vita e spingeva in alto il seno, mentre le gambe nude terminavano in stivali con tacco a spillo. In mano teneva un guinzaglio di cuoio.

«Sei in ritardo.» La voce era tagliente, fredda.

«Io… il traffico…»

«Zitta quella bocca di merda.» Lei avanzò di un passo, gli occhi che lo trafiggevano. «Qui dentro non parli se non ti viene ordinato. Hai capito, maiale?»

Ugo annuì, la gola secca. Sentiva già l’eccitazione montargli nel basso ventre, mescolata alla vergogna.

«Spogliati. Adesso.»

Si tolse la camicia a quadri con mani tremanti, poi i jeans sporchi di grasso. Rimase in mutande, la pancia che gli ricadeva morbida sulla cintura elastica, il petto villoso che sudava. Si sentiva ridicolo, vulnerabile. Ed era esattamente quello che voleva.

Lei gli girò intorno lentamente, studiandolo come un pezzo di carne al mercato. «Guarda che schifo. Un camionista grasso e sudato che viene qui a farsi umiliare perché a casa sua moglie non lo caga più. È così, vero?»

«Sì.» La voce gli uscì roca.

«Sì, cosa?»

«Sì, padrona.»

Un sorriso crudele le curvò le labbra. «Bene. Almeno sai qual è il tuo posto.» Gli agganciò il collare al collo e tirò il guinzaglio, costringendolo a chinarsi. «In ginocchio.»

Sulla sedia dell’umiliazione

Ugo obbedì, le ginocchia che scricchiolarono contro il pavimento. Lei si sedette sul bordo del letto, le gambe accavallate, e lo guardò dall’alto in basso.

«Vieni qui. Striscia.»

Avanzò carponi, il guinzaglio teso, sentendosi un animale. Quando fu abbastanza vicino, lei gli puntò la punta dello stivale contro il petto, fermandolo.

«Ti piace questo, vero? Ti piace essere trattato come la merda che sei.»

«Sì, padrona.»

«Dimmelo meglio. Dì: sono un porco grasso che merita di essere umiliato.»

«Sono… sono un porco grasso che merita di essere umiliato.»

«Più forte.»

«Sono un porco grasso che merita di essere umiliato!» La voce gli tremò, ma sentì il cazzo indurirsi completamente, premere dolorosamente contro le mutande.

Lei rise, un suono basso e cattivo. «Bene. Ora vieni qui e leccami gli stivali. Voglio che brillino.»

Chinò la testa e passò la lingua sul latex lucido, il sapore amaro e chimico che gli riempì la bocca. Lei continuava a insultarlo, a dirgli quanto fosse patetico, quanto fosse fortunato che qualcuna si degnasse di toccarlo. E ogni parola era una frustata che lo eccitava sempre di più.

Dopo quello che sembrò un’eternità, lei tirò il guinzaglio verso l’alto. «Alzati. Siediti su quella sedia.»

Indicò una poltrona nell’angolo. Ugo obbedì, il respiro affannoso. Lei si avvicinò, si tolse le mutandine di latex con gesti lenti, studiati, e poi gli si mise a cavalcioni. Il calore della sua figa lo avvolse quando si abbassò su di lui, infilandoselo dentro con un movimento secco.

«Non osare venire finché non te lo dico io. Chiaro?»

«Sì, padrona.»

Cominciò a muoversi, lenta all’inizio, poi sempre più veloce, i seni che rimbalzavano nel corsetto. Ugo stringeva i braccioli della sedia, cercando di controllarsi, ma era quasi impossibile. Lei era stretta, calda, e continuava a insultarlo.

«Guarda che schifo fai, con quella pancia da porco. Nemmeno riesci a tenermi il ritmo, vero?»

«Padrona… io…»

«Zitta!» Gli schiaffeggiò la faccia, forte. Il dolore esplose sulla guancia, mescolandosi al piacere. «Ti ho detto di non parlare.»

Continuò a cavalcarlo per minuti interminabili, portandolo sull’orlo dell’orgasmo e poi rallentando, torturandolo. Quando finalmente si alzò, Ugo gemette per la perdita.

«Adesso mi fai un bocchino. E se non mi soddisfi, te ne vai con le palle piene.»

Il guinzaglio del piacere

Si inginocchiò di nuovo mentre lei si sdraiava sul letto, le gambe aperte. Affondò la faccia tra le sue cosce, leccando e succhiando con disperazione, cercando di darle piacere. Il sapore di lei si mescolava al suo, salato e intenso. Lei gli teneva la testa premuta contro di sé, guidandolo con ordini secchi.

«Più forte. Lì. No, stupido, più in alto.»

Quando finalmente la sentì tremare e gemere, provò un senso di sollievo e orgoglio. Ma non era finita.

Lei si alzò, aprì un cassetto e tirò fuori uno strapon nero, massiccio. Lo indossò con gesti sicuri, stringendo le cinghie intorno ai fianchi. Ugo la guardò con un misto di paura e anticipazione.

«Mettiti a quattro zampe sul letto. È ora che ti scopi per bene, maiale.»

Obbedì, il cuore che martellava. Sentì le sue mani spalmargli del lubrificante freddo tra le natiche, poi la pressione del dildo contro l’ano. Spinse lentamente, inesorabile, e lui gemette per il dolore misto al piacere bruciante.

«Ecco, così. Adesso sei proprio la mia puttana.»

Cominciò a muoversi, spingendo sempre più a fondo. Il dolore iniziale si trasformò in qualcosa di diverso, un piacere profondo che partiva dal centro del suo corpo. Lei lo afferrò per i fianchi, aumentando il ritmo, e ogni spinta colpiva quel punto dentro di lui che lo faceva impazzire.

«Padrona… sto per…»

«Vieni, porco. Vieni mentre ti scopo il culo come la troia che sei.»

L’orgasmo lo travolse come un’onda, partendo dalla prostata e esplodendogli in tutto il corpo. Venne senza nemmeno toccarsi il cazzo, schizzi di sborra che gli macchiarono le lenzuola sotto, mentre lei continuava a scoparlo senza pietà, prolungando il piacere fino allo spasimo.

Quando finalmente si fermò e si sfilò, Ugo crollò sul letto, completamente svuotato. Lei si tolse lo strapon, si pulì con un asciugamano e poi si rivestì con calma.

«Hai venti minuti per farti una doccia e andartene.» La voce era tornata professionale, distaccata. «La prossima volta cerca di durare di più.»

Uscì dalla stanza senza voltarsi. Ugo rimase sdraiato ancora qualche minuto, il corpo dolorante e soddisfatto, la mente finalmente vuota. Poi si alzò, si trascinò sotto la doccia, e si preparò per le prossime ore di strada.

Sapeva già che sarebbe tornato.

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Scritto da

Nora Valli
Nora Valli
Ha cinquantotto anni. Scrive da quando ne aveva sedici, ma ha cominciato a pubblicare tardi, dopo un lungo periodo in cui produceva testi che non faceva leggere a nessuno — quaderni, file datati, appunti presi in stanze in cui non avrebbe dovuto trovarsi. Quel materiale grezzo è ancora la sua miniera principale.La sua è una prosa che rifiuta l'ammorbidimento. Nora lavora sul corpo con una precisione quasi clinica: il sudore, il fiato che cambia ritmo, il fastidio di una posizione tenuta troppo a lungo, il momento in cui il desiderio smette di essere elegante. I suoi personaggi vogliono cose che li mettono in imbarazzo e le vogliono comunque. La tensione nei suoi racconti nasce quasi sempre da lì: dallo scarto tra ciò che una persona ammette di volere e ciò che il suo corpo continua a chiedere anche quando la testa ha già detto basta.

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