Nel Parcheggio Dopo le Ore Piccole

Il parcheggio sotterraneo dell’ufficio era deserto alle due di notte. Roberto allentò la cravatta mentre camminava verso l’auto, le scarpe che risuonavano sull’asfalto umido. Annalisa lo precedeva di qualche passo, i tacchi a spillo rossi che creavano un ritmo ipnotico. Si erano attardati per chiudere la presentazione del giorno dopo, ma entrambi sapevano che non era solo quello il motivo per cui erano rimasti soli.

“Apri,” disse lei, voltandosi di scatto. Non era una richiesta.

Roberto sorrise, estraendo le chiavi. “Così impaziente?”

“Apri e basta.” Annalisa si morse il labbro inferiore, un gesto che conosceva bene. Quella sera toccava a lei comandare, lo avevano stabilito con uno sguardo mentre l’ultimo collega usciva dall’ufficio.

Salirono sui sedili posteriori. Lei aveva portato una borsa – la borsa – che conteneva il corsetto rosso lucido che ora le stringeva il busto, facendo risaltare il seno. Il collare con il guinzaglio pendeva dal collo di lui, ma Annalisa glielo strappò con un gesto deciso.

“Questa sera,” sussurrò, facendo scorrere le dita lungo il petto nudo di Roberto, “sei tu il mio giocattolo.”

Gli passò il guinzaglio intorno al collo, stringendo quanto bastava per fargli capire chi aveva il controllo. Roberto sentì il cuoio morbido contro la pelle, e qualcosa dentro di lui si arrese completamente. Le sue mani scivolarono lungo le gambe lucide di lei – aveva avuto il tempo di spalmarsi quell’olio che la faceva brillare come una visione.

“Sdraiati,” ordinò Annalisa, spingendolo contro i sedili in pelle. Si posizionò sopra di lui, la gonna cortissima che rivelava l’assenza di mutandine. “Voglio sentire quella lingua al lavoro prima ancora di toccarti il cazzo.”

Roberto obbedì, le mani che afferravano i fianchi di lei mentre Annalisa si sistemava sul suo viso. Il sapore di lei, già eccitata, lo invase. Leccò con dedizione, sentendo le cosce tremare contro le sue guance quando trovò il punto giusto. Annalisa tirò il guinzaglio, controllando i suoi movimenti, guidandolo dove voleva.

“Bravo cagnolino,” gemette, iniziando a muovere i fianchi. “Continua così… sì, proprio lì.”

Quando i ruoli si ribaltano

Dopo diversi minuti, Annalisa si sollevò, il respiro affannato. I finestrini dell’auto erano già appannati. Si girò, posizionandosi in un perfetto 69, e finalmente prese in bocca il cazzo di Roberto, duro da quando erano saliti in macchina. Lui gemette contro la sua figa, le vibrazioni che la fecero sussultare.

Succhiava con avidità, la mano che massaggiava le palle mentre la lingua giocava con la punta. Roberto rispose intensificando i suoi sforzi, le dita che esploravano, penetravano, mentre la bocca non lasciava il clitoride.

Ma qualcosa cambiò. Forse fu il modo in cui lui iniziò a spingere i fianchi, fottendole la bocca con più decisione. O forse fu quando le sue mani afferrarono con forza il culo di lei, aprendola, prendendo possesso. Annalisa sentì il controllo scivolarle via, e stranamente non le dispiacque.

Roberto la fece rotolare, togliendosi il collare con un gesto deciso. “Il mio turno,” disse, la voce roca.

La mise in posizione missionaria, le gambe di lei sulle sue spalle, i tacchi rossi che brillavano alla luce fioca del parcheggio. Entrò con una spinta decisa, strappandole un grido. Il corsetto stringeva il respiro di Annalisa mentre lui la scopava con ritmo crescente, i loro corpi che scivolavano uno contro l’altro per l’olio.

“Più forte,” supplicò lei, le unghie che graffiavano la pelle di lui. “Dai, sbattimi come si deve.”

Roberto aumentò il ritmo, le palle che sbattevano contro il culo di lei ad ogni affondo. La sentiva stringersi intorno al suo cazzo, i muscoli interni che pulsavano. Si chinò per morderle un capezzolo attraverso il corsetto, e Annalisa venne con un gemito strozzato, gli occhi che si rovesciavano.

Contro il vetro appannato

Non le diede tregua. La tirò su, la voltò, la spinse contro il finestrino laterale. Il vetro freddo contro i capezzoli, il contrasto con il calore del corpo di lui dietro di lei. Roberto entrò di nuovo, una mano che le afferrava i capelli, l’altra che le stringeva un fianco.

“Chi comanda adesso?” chiese, mordendole l’orecchio.

“Tu,” ansimò Annalisa, spingendo il culo all’indietro per prenderlo più a fondo. “Tu, cazzo.”

La scopò contro il vetro, il ritmo brutale, i loro respiri che creavano nuove macchie di condensa. Annalisa allungò una mano tra le gambe, masturbandosi mentre lui la chiavava. Le dita scivolavano sul clitoride gonfio, i movimenti circolari che la portavano verso un secondo orgasmo.

Roberto sentiva la sborra salire, le palle che si contraevano. “Sto per venire,” avvertì.

“Dentro,” gemette lei. “Riempimi.”

Si lasciò andare con un grugnito, svuotandosi dentro di lei mentre Annalisa veniva di nuovo, le gambe che tremavano, a malapena in grado di reggersi sui tacchi. Rimasero così, ansimanti, i corpi ancora uniti, la pelle lucida di sudore e olio.

Un rumore di passi li fece irrigidire. Qualcuno stava attraversando il parcheggio. Roberto si ricompose velocemente, Annalisa si sistemò il corsetto. Attraverso il vetro appannato videro Marco, il collega del reparto IT, che si avvicinava alla sua auto parcheggiata poco distante.

Poi Marco li vide. O meglio, vide l’auto con i finestrini appannati, le sagome confuse all’interno. Si avvicinò con un sorriso malizioso, riconoscendo la macchina di Roberto.

Bussò al finestrino. Roberto abbassò di qualche centimetro, giusto per far passare la voce.

“Tutto bene qui?” chiese Marco, lo sguardo che cercava di penetrare l’interno dell’abitacolo. “Avete bisogno di… compagnia?”

Annalisa si sporse in avanti, il seno che premeva contro il corsetto rosso, un sorriso affilato sulle labbra. “Marco, tesoro,” disse con voce melliflua, “l’unica cosa di cui abbiamo bisogno è che tu torni alla tua macchinetta e ti faccia una bella sega pensando a quello che non potrai mai avere.”

Il sorriso di Marco si spense. Aprì la bocca per replicare, ma Annalisa alzò il finestrino con un gesto deciso, lasciandolo fuori nel freddo del parcheggio.

Roberto scoppiò a ridere. “Sei cattiva.”

“E tu ami quando lo sono,” rispose lei, già raggiungendo di nuovo il suo cazzo. “Ora, dove eravamo rimasti?

Scritto da

Nora Valli
Nora Valli
Ha cinquantotto anni. Scrive da quando ne aveva sedici, ma ha cominciato a pubblicare tardi, dopo un lungo periodo in cui produceva testi che non faceva leggere a nessuno — quaderni, file datati, appunti presi in stanze in cui non avrebbe dovuto trovarsi. Quel materiale grezzo è ancora la sua miniera principale.La sua è una prosa che rifiuta l'ammorbidimento. Nora lavora sul corpo con una precisione quasi clinica: il sudore, il fiato che cambia ritmo, il fastidio di una posizione tenuta troppo a lungo, il momento in cui il desiderio smette di essere elegante. I suoi personaggi vogliono cose che li mettono in imbarazzo e le vogliono comunque. La tensione nei suoi racconti nasce quasi sempre da lì: dallo scarto tra ciò che una persona ammette di volere e ciò che il suo corpo continua a chiedere anche quando la testa ha già detto basta.

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