Schiava d’alta quota

Collare sotto le stelle

Il vento notturno accarezzava la pelle nuda di Hannah mentre Jack stringeva il guinzaglio collegato al collare che le cingeva il collo. Erano sul tetto del grattacielo che ospitava il suo attico, la città brillava sotto di loro come un tappeto di diamanti. Il corsetto bordeaux le comprimeva il busto, facendo straripare il seno sopra il bordo rigido, e i tacchi a spillo la rendevano vulnerabile su quella superficie irregolare. Jack era a torso nudo nonostante il freddo, i pantaloni di pelle aderivano alle sue cosce muscolose. Anche lui portava un collare identico al suo – un simbolo del loro patto, del gioco perverso che li legava.

“Quanto ti pago per essere mia, Hannah?” La voce di Jack era bassa, quasi un ringhio.

“Cinquantamila a settimana, padrone.” La risposta uscì automatica, umile.

“E te li meriti tutti.” Tirò il guinzaglio, costringendola ad avvicinarsi finché i loro corpi non si toccarono. La mano libera di Jack scivolò lungo la schiena nuda di Hannah, poi afferrò una natica con forza brutale. “Ma stasera voglio vedere se vali anche di più. L’aereo è pronto.”

Hannah sentì un brivido percorrerle la schiena. Quando Jack parlava del suo jet privato, significava che aveva in mente qualcosa di speciale. Qualcosa di estremo. Lui la guidò attraverso il tetto fino all’ascensore privato che portava direttamente all’eliporto sul lato opposto dell’edificio. L’elicottero li attendeva, le pale già in rotazione. Durante il breve volo verso l’aeroporto privato, Jack non le rivolse la parola. Teneva solo il guinzaglio stretto, ricordandole costantemente chi comandava.

Il Gulfstream G650 era una cattedrale del lusso, ma Hannah sapeva che quella notte sarebbe diventata la sua prigione dorata. Jack la condusse a bordo mentre i piloti completavano i controlli pre-volo. La cabina principale era stata trasformata: al centro, un divano di pelle bianca, e accanto, un tavolo basso con strumenti che Hannah riconobbe immediatamente. Corde di seta, frustini, pinze per capezzoli, plug di diverse dimensioni.

“Spogliati. Tieni solo i tacchi e il collare.” L’ordine era secco.

Hannah obbedì, slacciando il corsetto con dita tremanti. Non per paura – quella l’aveva superata mesi prima – ma per l’eccitazione pura che le incendiava il basso ventre. Quando fu nuda, Jack si sedette sul divano e le indicò il suo grembo.

“Vieni qui. Cavalcami. Ma non osare venire senza permesso.”

Volo senza controllo

Hannah si avvicinò, sentendo lo sguardo di Jack divorarle ogni centimetro di pelle. Si posizionò sopra di lui, le ginocchia affondate nel divano morbido, e con mani esperte aprì i pantaloni di pelle liberando il cazzo già duro di Jack. Era grosso, venato, pulsante. Lo prese in mano, lo guidò alla sua figa già bagnata e si abbassò lentamente, lasciando che la penetrasse centimetro dopo centimetro.

“Cazzo… sei sempre così stretta,” grugnì Jack, le mani che le afferravano i fianchi con presa d’acciaio.

Hannah iniziò a muoversi, su e giù, con movimenti circolari del bacino che facevano sfregare il clitoride contro l’osso pubico di Jack. Il piacere montava rapidamente, troppo rapidamente. Sentiva il cazzo di Jack riempirla completamente, allargare le pareti della sua figa, toccare punti che la facevano gemere senza controllo.

“Padrone… non so se riesco a trattenermi…”

“Devi.” La voce di Jack era un comando assoluto. Una mano lasciò il suo fianco e afferrò il guinzaglio, tirandolo abbastanza da costringerla a inarcare la schiena. “Sei pagata per obbedire. Se vieni prima che te lo permetta, ti sbatto fuori dall’aereo.”

Era una minaccia vuota – lo sapevano entrambi – ma il gioco di potere era reale. Hannah rallentò i movimenti, cercando di controllare l’orgasmo che premeva come un’onda pronta a travolgerla. Jack sorrise, quel sorriso crudele che lei conosceva bene, e iniziò a spingere dal basso, colpi profondi e brutali che la facevano sussultare.

“Girati. Voglio vedere quel culo mentre mi cavalchi.”

Hannah si sollevò, il cazzo di Jack scivolò fuori con un rumore osceno, e si girò. Ora gli dava le spalle, e quando si abbassò di nuovo sul suo cazzo, la sensazione fu ancora più intensa. Jack le afferrò le natiche, le divaricò, e Hannah sentì un dito esplorare il suo buco del culo, premere contro l’anello di muscoli.

“Stasera voglio anche questo,” disse Jack, e il dito penetrò, lento ma inesorabile.

Hannah gemette, il doppio stimolo la stava portando sull’orlo della follia. Continuò a cavalcarlo, il culo che rimbalzava contro il suo bacino, il dito che la apriva, la preparava. L’aereo iniziò a muoversi, il decollo imminente, e la vibrazione dei motori aggiungeva un’altra dimensione alla loro scopata.

“Padrone… ti prego…”

“No.” Jack ritirò il dito e la spinse via. Hannah si ritrovò in piedi, confusa, frustrata, il piacere negato che la faceva tremare. “Sul tavolo. Pancia in giù.”

Sbattuta a trentamila piedi

Hannah si distese sul tavolo basso, il legno freddo contro la pelle accaldata. Jack si alzò, si tolse completamente i pantaloni e si posizionò dietro di lei. Le gambe di Hannah penzolavano dal bordo, i tacchi che toccavano appena il pavimento. Jack le divaricò le cosce con un ginocchio, poi le afferrò i fianchi e la penetrò di nuovo, questa volta senza delicatezza.

La chiavata fu brutale. Jack la sbatteva con forza, il suono delle loro carni che si scontravano riempiva la cabina. Hannah si aggrappava ai bordi del tavolo, le unghie che graffiavano il legno, mentre il cazzo di Jack la riempiva ancora e ancora. Sentiva l’orgasmo montare di nuovo, incontrollabile.

“Padrone… non ce la faccio più… ti prego, lasciami venire…”

“Ancora no.” Jack rallentò, poi si ritirò completamente. Hannah gemette di frustrazione, ma sapeva che protestare sarebbe stato inutile. Jack le prese un polso, poi l’altro, e con movimenti esperti li legò dietro la schiena con una delle corde di seta. “Ora sei davvero mia.”

Con le mani legate, Hannah era completamente vulnerabile. Jack la penetrò di nuovo, questa volta nel culo. Aveva usato il suo stesso succo come lubrificante, e nonostante la preparazione, la penetrazione anale fu intensa, quasi dolorosa. Hannah gridò, ma era un grido di piacere misto a dolore, quella sensazione che solo Jack sapeva darle.

“Ecco… così… prendi tutto il mio cazzo nel culo, puttana…”

Jack la scopò così per minuti che sembrarono ore, alternando ritmi lenti e veloci, profondi e superficiali, mantenendola sempre sull’orlo senza lasciarla precipitare. L’aereo aveva raggiunto la quota di crociera, e attraverso i finestrini si vedevano solo stelle e oscurità.

Poi, finalmente, Jack si ritirò. Sciolse le corde e la fece scendere dal tavolo. Hannah cadde in ginocchio, le gambe che non la reggevano più.

“Adesso mostrami perché vali cinquantamila a settimana. Succhiamelo. E voglio tutto in gola.”

Risucchiato fino all’ultima goccia

Hannah prese il cazzo di Jack tra le mani. Era lucido dei suoi stessi succhi, duro come marmo, pulsante. Lo portò alle labbra e lo baciò, poi aprì la bocca e lo accolse dentro. Jack gemette, le mani che si intrecciavano nei capelli ramati di Hannah.

“Più a fondo. Voglio sentire la tua gola.”

Hannah rilassò i muscoli e spinse la testa in avanti, lasciando che il cazzo di Jack scivolasse oltre la lingua, oltre il palato, fino a toccare la gola. Il riflesso del vomito la fece sussultare, ma lei lo controllò, respirando dal naso, e continuò a prendere Jack sempre più a fondo.

“Cazzo… sì… così… brava la mia puttana…”

Jack iniziò a muovere i fianchi, a scoparle la bocca con la stessa brutalità con cui aveva scopato la sua figa e il suo culo. Hannah lo lasciò fare, le lacrime che le rigavano il viso, la saliva che colava dal mento, ma determinata a dargli tutto il piacere che poteva. Le mani di Jack si strinsero nei suoi capelli, i movimenti diventarono frenetici.

“Sto per venire… e tu berrai tutto… ogni cazzo di goccia…”

Hannah sentì il cazzo di Jack pulsare, poi il primo getto di sborra le riempì la gola. Era caldo, denso, abbondante. Continuò a venire, ondata dopo ondata, e Hannah ingoiò tutto, succhiando, leccando, mungendolo fino all’ultima goccia. Quando Jack finalmente si ritirò, Hannah gli leccò il glande, pulendolo completamente, poi alzò lo sguardo verso di lui.

“Brutta troia perfetta,” disse Jack, accarezzandole la guancia con inaspettata tenerezza. “Vali il doppio.”

Poi, finalmente, le concesse quello che aveva negato per tutto il tempo. La fece sdraiare sul divano, si inginocchiò tra le sue gambe e le divorò la figa con la bocca, la lingua che le torturava il clitoride finché Hannah non venne, gridando, tremando, perdendosi in un orgasmo così intenso da farle vedere stelle più luminose di quelle fuori dal finestrino.

Quando si calmò, Jack la prese tra le braccia e la strinse. Il collare era ancora al suo collo, il guinzaglio pendeva libero, ma in quel momento Hannah si sentiva più libera che mai. Perché aveva scelto quella gabbia dorata, e dentro di essa, paradossalmente, aveva trovato la sua forma più pura di libertà.

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Scritto da

Nora Valli
Nora Valli
Ha cinquantotto anni. Scrive da quando ne aveva sedici, ma ha cominciato a pubblicare tardi, dopo un lungo periodo in cui produceva testi che non faceva leggere a nessuno — quaderni, file datati, appunti presi in stanze in cui non avrebbe dovuto trovarsi. Quel materiale grezzo è ancora la sua miniera principale.La sua è una prosa che rifiuta l'ammorbidimento. Nora lavora sul corpo con una precisione quasi clinica: il sudore, il fiato che cambia ritmo, il fastidio di una posizione tenuta troppo a lungo, il momento in cui il desiderio smette di essere elegante. I suoi personaggi vogliono cose che li mettono in imbarazzo e le vogliono comunque. La tensione nei suoi racconti nasce quasi sempre da lì: dallo scarto tra ciò che una persona ammette di volere e ciò che il suo corpo continua a chiedere anche quando la testa ha già detto basta.

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